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IL SANGUE DI COURAGE AMADIN

  • Immagine del redattore: Seneca
    Seneca
  • 1 ago 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Il suo nome era “Coraggio” e aveva 30 anni. Sarebbe stato più appropriato che si fosse chiamato “Disperazione”, Courage Amadin, l'uomo ucciso con quattro coltellate a pochi passi dal ponte Mosca mercoledì 30 luglio. Lascia una moglie e una figlia.


Una vita complicata, con alle spalle la fuga dalla Nigeria e l’arrivo a Torino nord tanti anni fa. A dicembre era stato beccato con oltre trenta dosi di marjuana ed era stato condannato a otto mesi di carcere. Le solite procedure gli avevano permesso di tornare libero prima e lui aveva ripreso a spacciare. Diceva di farlo per mandare avanti sé stesso e la famiglia. Ma quelle dosi gli sono costate la vita perché è a causa loro che è scoppiata la lite con chi lo ha ucciso davanti al civico 14 di corso Giulio Cesare in una qualunque sera d’estate.



Gli investigatori della Squadra Mobile guidati da Davide Corazzini sono sulle tracce dell’aggressore, ma la questione non è solo umana e penale. In quello spicchio del quartiere Aurora da cui si accede a Barriera di Milano ne succedono troppe e da troppo tempo. C’è una monumentale questione sociale. L’area è terreno di malavita. Tutta la zona è stata sequestrata dai delinquenti, dai disperati, dai nullafacenti. Spaccio, bivacchi, furti e aggressioni sono la vita (vita?) di tutti i giorni. E di tutte le notti.

 

Forse stasera (venerdì 1 agosto) i pusher se ne staranno nascosti da qualche altra parte mentre le parrocchie di San Gioacchino e Maria Regina della Pace alle 21 terranno una preghiera per Courage Amadin. Ma domani o dopodomani tutto tornerà come prima. Tornerà lo schifo di prima.



"Dopo i fatti di violenza e morte sulle strade del nostro territorio - dice don Andrea della Pace - vogliamo trovarci a pregare per rispondere al male con il bene, alla violenza con la preghiera".

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